Difesa spassionata della Fornero attaccata per gli esodati
Chi sono gli esodati? Si tratta di lavoratori che hanno accettato la proposta di dimissioni volontarie o di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, formulata dalla loro azienda (quasi sempre di grandi dimensioni), in cambio di un’extraliquidazione solitamente ragguagliata al tempo mancante all’accesso alla pensione. Poiché la riforma Fornero ha spostato in avanti i requisiti dell’età pensionabile, queste persone (insieme alle altre tipologie espressamente indicate nella legge) rischiano di avere un periodo, spesso di alcuni anni, non coperto dall’ammontare pattuito. di Giuliano Cazzola
10 AGO 20

Pubblichiamo ampi stralci di un’analisi scritta da Giuliano Cazzola, esperto di welfare, deputato del Pdl, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Mondoperaio. “Uno degli scritti”, si legge nella newsletter di ieri del giuslavorista e senatore del Pd, Pietro Ichino, “più equilibrati, e illuminanti che io abbia letto su questo tema”.
Chi sono gli esodati? Si tratta di lavoratori che hanno accettato la proposta di dimissioni volontarie o di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, formulata dalla loro azienda (quasi sempre di grandi dimensioni), in cambio di un’extraliquidazione solitamente ragguagliata al tempo mancante all’accesso alla pensione.
Poiché la riforma Fornero ha spostato in avanti i requisiti dell’età pensionabile, queste persone (insieme alle altre tipologie espressamente indicate nella legge) rischiano di avere un periodo, spesso di alcuni anni, non coperto dall’ammontare pattuito. La loro legittima preoccupazione deriva dal fatto che le misure di salvaguardia (riguardanti la possibilità di andare in quiescenza con le previgenti regole) sono finanziate, per questo come per gli altri casi, soltanto per un biennio (per una platea inizialmente di 65 mila persone).
E dopo?, si chiedono in tanti. Nessuno, però, si domanda se veramente si tratti di un’emergenza nazionale come sono riusciti a far credere gli interessati organizzati in rete, prima ancora che di loro si occupassero le stesse organizzazioni sindacali.
A chi scrive è capitato di imbattersi in un caso che meriterebbe di essere raccontato in tv. Si tratta di un ex dirigente “esodato” da una grande impresa di telefonia che, oltre al tfr (trattamento di fine rapporto) spettante, ha incassato un’extra liquidazione lorda di 400 mila euro e che rischia di doverseli far durare per due anni in più rispetto a quelli previsti al momento dell’uscita dal lavoro. Che questo signore abbia un problema è assolutamente evidente; che lo stesso voglia cercare di risolverlo è comprensibile. Ma possiamo considerare tale caso come se richiedesse un’assoluta priorità, senza fare alcuna distinzione con chi, magari, ha perso il lavoro in solitudine, senza incassare un euro in più del tfr?
Quello che succede in una grande azienda
Il caso di Poste italiane è emblematico di un certo andazzo. Un’azienda interamente a capitale pubblico si avvale di procedure soft (e onerose) per ridurre il personale in esubero (in taluni casi l’esodo del padre ha comportato l’assunzione part time del figlio).
Così migliaia di persone vengono, in pratica, retribuite per anni per non lavorare, fino a quando non varcheranno la soglia della pensione. Per 2,7 mila persone la copertura è stata calcolata per 38 mesi sulla base delle previgenti regole pensionistiche. Ma tale impianto è stato rimesso in discussione dallo scivolone in avanti – e di parecchio – dell’agognato approdo pensionistico.
Così, per risolvere il loro problema, questi nostri concittadini dovrebbero trovare il modo di sbarcare il lunario, complessivamente per 78 mesi. E’ politicamente corretto intravedere in tutto quanto abbiamo sommariamente descritto un massiccio spreco di risorse umane e materiali, da “paese della cuccagna” che da un certo momento in poi non riesce più a esserlo, ma non si rassegna?
Capisco benissimo che le mie considerazioni non saranno popolari; ma è proprio tanto sbagliato risolvere questo problema alle diverse scadenze in cui si presenterà? Ci sarà pure, al fondo di tutto, anche un po’ di responsabilità personale. Oppure continueremo sempre a caricare sullo stato le conseguenze di scelte anche nostre?
Non sembra avere molto senso, quindi, impegnare oggi (in un paese che riesce a destinare, a fatica, appena un miliardo allo sviluppo economico) alcuni miliardi (più o meno un ammontare compreso tra i 5 e i 6 miliardi che si aggiungerebbero a quelli di medesimo importo già stanziati) per assicurare il pensionamento, secondo le previgenti regole, per quanti si presenterà il problema a partire dal 2015, visto che fino al 2014 dovrebbero bastare gli interventi predisposti dal governo.
Gli errori da evitare
Il problema, però, nasce dall’impianto stesso della riforma, che non si è fatta adeguatamente carico dei problemi della transizione. E questo errore rischia di essere fatale, perché ha ridato fiato all’Italia che ha sempre risolto tutti i problemi attraverso l’erogazione di una pensione.
Il ministro Fornero ha sicuramente ragione a voler interrompere una prassi che, in un modo o nell’altro, infilava i lavoratori anziani in un circuito assistenziale che li accompagnava, prima ancora di aver compiuto 60 anni, attraverso processi di esubero fino alla pensione anticipata grazie allo scivolo garantito dagli ammortizzatori sociali.
Ma è proprio la mancanza di gradualità con cui è stato promosso questo momento di discontinuità che rischia di travolgere la riforma ridando voce all’Italia che considera la pensione come una via d’uscita per ogni difficoltà. Elsa Fornero si è fatta sorprendere da quella coalizione di interessi che da sempre ha trovato rifugio nei meandri del sistema pensionistico e che oggi è in grado di corredare una battaglia nel segno della conservazione con elementi di indubbia ragionevolezza, perché nessuno può accettare di dover cambiare tanto radicalmente e all’improvviso percorsi di vita legittimamente attesi.
Aver voluto resistere su di una linea insostenibile porterà, prima o poi, a rivedere la stessa riforma, come si fece nel 2007 con lo “scalone” di tre anni in un solo colpo della legge Maroni, i cui effetti erano attesi nel 2008. Un’operazione che è costata al sistema ben 7,5 miliardi in un decennio. Anche questa volta prima o poi qualcuno troverà assurdo mantenere inalterata la facciata di un regime pensionistico tra i più severi in Europa e nello stesso tempo essere assillati dalle deroghe, per anni e per decine di migliaia di persone. E riterrà più utile ripiegare, nell’impianto stesso della riforma, su percorsi più graduali e flessibili. Arrendendosi all’Italia di ieri.
Chi sono gli esodati? Si tratta di lavoratori che hanno accettato la proposta di dimissioni volontarie o di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, formulata dalla loro azienda (quasi sempre di grandi dimensioni), in cambio di un’extraliquidazione solitamente ragguagliata al tempo mancante all’accesso alla pensione.
Poiché la riforma Fornero ha spostato in avanti i requisiti dell’età pensionabile, queste persone (insieme alle altre tipologie espressamente indicate nella legge) rischiano di avere un periodo, spesso di alcuni anni, non coperto dall’ammontare pattuito. La loro legittima preoccupazione deriva dal fatto che le misure di salvaguardia (riguardanti la possibilità di andare in quiescenza con le previgenti regole) sono finanziate, per questo come per gli altri casi, soltanto per un biennio (per una platea inizialmente di 65 mila persone).
E dopo?, si chiedono in tanti. Nessuno, però, si domanda se veramente si tratti di un’emergenza nazionale come sono riusciti a far credere gli interessati organizzati in rete, prima ancora che di loro si occupassero le stesse organizzazioni sindacali.
A chi scrive è capitato di imbattersi in un caso che meriterebbe di essere raccontato in tv. Si tratta di un ex dirigente “esodato” da una grande impresa di telefonia che, oltre al tfr (trattamento di fine rapporto) spettante, ha incassato un’extra liquidazione lorda di 400 mila euro e che rischia di doverseli far durare per due anni in più rispetto a quelli previsti al momento dell’uscita dal lavoro. Che questo signore abbia un problema è assolutamente evidente; che lo stesso voglia cercare di risolverlo è comprensibile. Ma possiamo considerare tale caso come se richiedesse un’assoluta priorità, senza fare alcuna distinzione con chi, magari, ha perso il lavoro in solitudine, senza incassare un euro in più del tfr?
Quello che succede in una grande azienda
Il caso di Poste italiane è emblematico di un certo andazzo. Un’azienda interamente a capitale pubblico si avvale di procedure soft (e onerose) per ridurre il personale in esubero (in taluni casi l’esodo del padre ha comportato l’assunzione part time del figlio).
Così migliaia di persone vengono, in pratica, retribuite per anni per non lavorare, fino a quando non varcheranno la soglia della pensione. Per 2,7 mila persone la copertura è stata calcolata per 38 mesi sulla base delle previgenti regole pensionistiche. Ma tale impianto è stato rimesso in discussione dallo scivolone in avanti – e di parecchio – dell’agognato approdo pensionistico.
Così, per risolvere il loro problema, questi nostri concittadini dovrebbero trovare il modo di sbarcare il lunario, complessivamente per 78 mesi. E’ politicamente corretto intravedere in tutto quanto abbiamo sommariamente descritto un massiccio spreco di risorse umane e materiali, da “paese della cuccagna” che da un certo momento in poi non riesce più a esserlo, ma non si rassegna?
Capisco benissimo che le mie considerazioni non saranno popolari; ma è proprio tanto sbagliato risolvere questo problema alle diverse scadenze in cui si presenterà? Ci sarà pure, al fondo di tutto, anche un po’ di responsabilità personale. Oppure continueremo sempre a caricare sullo stato le conseguenze di scelte anche nostre?
Non sembra avere molto senso, quindi, impegnare oggi (in un paese che riesce a destinare, a fatica, appena un miliardo allo sviluppo economico) alcuni miliardi (più o meno un ammontare compreso tra i 5 e i 6 miliardi che si aggiungerebbero a quelli di medesimo importo già stanziati) per assicurare il pensionamento, secondo le previgenti regole, per quanti si presenterà il problema a partire dal 2015, visto che fino al 2014 dovrebbero bastare gli interventi predisposti dal governo.
Gli errori da evitare
Il problema, però, nasce dall’impianto stesso della riforma, che non si è fatta adeguatamente carico dei problemi della transizione. E questo errore rischia di essere fatale, perché ha ridato fiato all’Italia che ha sempre risolto tutti i problemi attraverso l’erogazione di una pensione.
Il ministro Fornero ha sicuramente ragione a voler interrompere una prassi che, in un modo o nell’altro, infilava i lavoratori anziani in un circuito assistenziale che li accompagnava, prima ancora di aver compiuto 60 anni, attraverso processi di esubero fino alla pensione anticipata grazie allo scivolo garantito dagli ammortizzatori sociali.
Ma è proprio la mancanza di gradualità con cui è stato promosso questo momento di discontinuità che rischia di travolgere la riforma ridando voce all’Italia che considera la pensione come una via d’uscita per ogni difficoltà. Elsa Fornero si è fatta sorprendere da quella coalizione di interessi che da sempre ha trovato rifugio nei meandri del sistema pensionistico e che oggi è in grado di corredare una battaglia nel segno della conservazione con elementi di indubbia ragionevolezza, perché nessuno può accettare di dover cambiare tanto radicalmente e all’improvviso percorsi di vita legittimamente attesi.
Aver voluto resistere su di una linea insostenibile porterà, prima o poi, a rivedere la stessa riforma, come si fece nel 2007 con lo “scalone” di tre anni in un solo colpo della legge Maroni, i cui effetti erano attesi nel 2008. Un’operazione che è costata al sistema ben 7,5 miliardi in un decennio. Anche questa volta prima o poi qualcuno troverà assurdo mantenere inalterata la facciata di un regime pensionistico tra i più severi in Europa e nello stesso tempo essere assillati dalle deroghe, per anni e per decine di migliaia di persone. E riterrà più utile ripiegare, nell’impianto stesso della riforma, su percorsi più graduali e flessibili. Arrendendosi all’Italia di ieri.
di Giuliano Cazzola